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CATTEDRALE DI TERAMO: SUL RESTAURO

Chiusa per tre anni per un complesso restauro, l’otto settembre 2007 è stata riconsegnata al culto la Cattedrale-Basilica di Teramo.

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Nel dodicesimo secolo, il vescovo Guido II inizia la costruzione della nuova chiesa in un contesto che segnerà lo sviluppo futuro di Teramo, abbandonando di fatto il tessuto compatto che ospitava la vecchia chiesa Cattedrale. Inizia così l’indissolubile legame tra il destino urbanistico della città e la Cattedrale.

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Il centro storico di Teramo negli anni trenta: prima delle grandi demolizioni.

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La cattedrale negli anni ottanta.

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La cupola nella parte interna è costituita da una muratura, mattoni e conci lapidei, ancora ben connessa con una distribuzione uniforme anche sul grande arco (lato interno alla cupola) che sostiene la parete dell’ottagono che congiunge le due chiese.

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La cattedrale di Guido II, con nartece a tre fornici (in antico demolito), è a tre navate che terminano incontrando un interessante transetto tripartito costolato chiuso da un solo abside centrale semicircolare

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L’ampliamento voluto dal vescovo Arcioni, nel quattordicesimo secolo, s’ innesta sulla chiesa di Guido con una spregiudicata operazione che di fatto genera una chiesa doppia.

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(articolo pubblicato in ABC Abruzzo Beni Culturali – Anno VI – numero 35 – III/2007)

Chiusa per tre anni per un complesso restauro, l’otto settembre 2007 è stata riconsegnata al culto la Cattedrale-Basilica di Teramo.

Per la tipologia dei lavori tre anni sono un periodo certamente breve, ma ugualmente lungo nell’ottica e nelle attese della comunità cittadina, che desiderava ri-prendere possesso al più presto del suo “Duomo”.

Dire che la chiesa cattedrale dedicata a Maria Assunta sia da oltre ottocento anni simbolo della città, e che con essa la città si sia rappresentata, è cosa fuori da ogni retorica.

La sua stessa costruzione, la scelta della collocazione, le trasformazioni architettoniche avvenute sono metafora della storia urbana, ovvero della rifondazione di Teramo dopo la distruzione normanna: la cattedrale è un microcosmo, in cui si possono leggere le vicende, sociali, politiche ed urbanistiche di una città sempre devota alla propria chiesa-madre ed ai suoi vescovi-principi.

Alcune poche date per collocare gli eventi sostanziali.

Il 1156 è l’anno zero per una Teramo che uscirà dal sacco normanno piegata nel morale, tra le ceneri dei suoi edifici e con la sua antica cattedrale distrutta. Il vescovo di allora, Guido II, si recherà a Palermo dal re Guglielmo I d’Altavilla a rappresentare le tristi condizioni della città, a chiedere di poter ricostruire la Cattedrale e principalmente a riconfermare ed a potenziare i suoi diritti di governo.

Non sarà una semplice ricostruzione.

Guido II inizia la costruzione della nuova chiesa in un contesto che segnerà lo sviluppo futuro di Teramo, abbandonando di fatto il tessuto compatto che ospitava la vecchia chiesa Cattedrale. Inizia così l’indissolubile legame tra il destino urbanistico della città e la Cattedrale, che solo tre secoli dopo la costruzione si troverà definitivamente ad essere, come scriveva il vescovo Campano al cardinale Giacomo degli Ammannati, in media urbe.

Il secondo fondamentale artefice, della costruzione della Cattedrale nei volumi così come oggi appaiono, è vescovo Nicolò degli Arcioni (1317-1355).

L’ampliamento voluto dal vescovo Arcioni si innesta sulla chiesa di Guido con una spregiudicata operazione che di fatto genera una chiesa doppia.

La cattedrale guidiana, con nartece a tre fornici (in antico demolito), è a tre navate che terminano incontrando un interessante transetto tripartito costolato chiuso da un solo abside centrale semicircolare (così come è emerso dal recentissimo scavo archeologico). Nel mezzo del transetto, raccordato da quattro pennacchi, un maestoso tiburio ottagono.

Il vescovo Nicolò non demolisce l’intera cattedrale, ma addiziona alla chiesa romanica la sua gotica, di fatto smontando la parete posteriore della chiesa, abside compreso.

Descriviamo quale fu l’operazione dei costruttori gotici nell’unire le due chiese.

Demolita l’abside e le altre due pareti posteriori, la chiesa romanica si apre di fatto, con i tre fornici risultanti, sullo spazio della costruenda chiesa trecentesca.

Con la totale demolizione delle tre pareti posteriori del capocroce (abside compresa) si presentò per i costruttori gotici il problema del raccordo strutturale tra l’esistente ed il nuovo edificio voluto da Arcioni. Rinforzati, per incamiciamento, i già robusti pilastri posteriori del vecchio transetto tripartito, si costruì una chiesa gotica a tre navate, di cui la centrale era di fatto alta più di sette metri rispetto a quella della chiesa di Guido II.

In questo modo parte della parete occidentale esterna del tiburio ottagonale venne ad essere internamente alla nuova chiesa. Con la scelta dell’anonimo progettista di costruire una chiesa doppia, raccordata al centro dalla massiccia cupola merlata, si può compiere il salto nella contemporaneità, entrando nel vivo della descrizione dei tre anni di lavori perché proprio dalla parete di unione delle due chiese iniziano le problematiche strutturali più complesse che il restauro odierno ha affrontato.

La cupola nella parte interna è costituita da una muratura, mattoni e conci lapidei, ancora ben connessa con una distribuzione uniforme anche sul grande arco (lato interno alla cupola) che sostiene la parete dell’ottagono che congiunge le due chiese.

In una situazione diversa appariva invece, prima dei lavori, lo stato della muratura esterna (ovvero quella interna alla chiesa gotica).

Qui, dopo la demolizione dell’intero capocroce e dell’abside, le maestranze del XIV secolo si trovarono nella necessità di ricostruire la parte della muratura superiore al grande arco: lo fecero in modo difforme, utilizzando mattoni non ben legati tra loro e concentrati nella zona più vicina all’arco, con un’ alterazione della continuità strutturale. Inoltre crearono, di fatto, una scollatura tra la parte interna della muratura della cupola e la parte “esterna”, con un riempimento a sacco, tra le due pareti, fatto di materiali inerti.

Con il tempo, i sismi, il deterioramento delle malte ed il peso della cupola, si è prodotto un fenomeno fessurativo, monitorato negli anni, con tendenza alla espulsione dei conci. Nel 2004-2005 si è entrati definitivamente in una fase di pericolo.

Per affrontare il restauro abbiamo realizzato una snella centina in acciaio che è servita a sostenere il grande arco, e la pesante parete sovrastante, durante i lavori

Oggi la centina non c’è più: con tecniche tradizionali e grazie a maestranze dalla rara perizia si è proceduto ad una legatura trasversale con cuci e scuci, nel senso delle due murature sovrastanti l’arcone centrale, lavorando per piccoli quadranti, partendo dall’imposta dell’arco e procedendo in modo radiale e ri-orientando di fatto gli elementi per seguire le linee di tensione della compressione dell’arco.

Altri importanti interventi di consolidamento strutturale, compiuti con tecniche tradizionali, hanno interessato le pareti perimetrali della chiesa gotica.

Ma restando nella zona centrale della Cattedrale, l’occasione del sistematico e importante scavo archeologico, esteso su tutta la chiesa, ha permesso lo svuotamento della cripta. Questa è in asse perpendicolare al tiburio, ovvero secondo una costante tipologica, posizionata nel luogo in corrispondenza la sopraelevata zona presbiteriale della chiesa guidiana.

In antico alla cripta si accedeva, anche da un riadattato cunicolo bizantino che si proietta in direzione della Piazza Martiri che ha però una sua deviazione tarda, forse, verso l’Episcopio. La fondazione del pilastro nord della parete dell’abiside romanica attraversa il cunicolo bizantino, fino ad averlo poi totalmente ostruito nel momento in cui ne fu ampliata la sezione, per incamiciamento, dai costruttori del trecento per l’addizione gotica. Ovviamente, in occasione degli scavi si sono rinforzate le fondazioni di tutti i quattro grandi pilastri del poderoso tiburio.

Tra le varie cose non visibili, dopo i lavori, c’è il sistema di riscaldamento a pannelli radianti sotto il nuovo pavimento. L’intero progetto impiantistico ha cercato una procedura minimale, tanto da scomparire con i collettori principali in quanto scavato negli anni sessanta per il riscaldamento ad aria calda e realizzando solo quattro altri collettori per la divisione in zone. Non differente la procedura per il nuovo sistema di illuminazione, tema complesso per la distribuzione dei cavi e per le problematiche illuminotecniche.

Invece, tra le cose oggi visibili ci sono gli esiti del lavaggio con ammonio carbonato di tutto il tessuto lapideo delle murature. Prescindendo dalla grande estensione delle pareti in pietra (colonne comprese) questa operazione è stata propedeutica per la ricostruzione cromatica dello spazio architettonico interno. La pulitura delle pietre ne ha riscoperto una potenza coloristica ignota che è la stessa venuta alla luce dopo il restauro della Sovrintendenza del portale di Deodato. La tonalità che ne è emersa ha guidato sia nella definizione dell’intonachino, dato alle pareti, che per la scelta del pavimento.

La ricchezza del tessuto murario della intera Cattedrale, la caratteristica materica dei ricorsi a fasce ad altezza variabile dei conci lapidei, la documentazione storica (esempio il resoconto del 1583 della visita pastorale del vescovo Ricci), ed anche le informazioni emerse dallo scavo hanno condotto ad un pavimento a tre moduli iterati (40, 35, 25 cm.) in travertino chiaro. È un travertino che ha subito una particolare lavorazione coperta da brevetto internazionale, senza l’uso di sabbiatura o di acidi, e che senza ulteriori trattamenti diventa resistente allo sporco, fornito con uno spessore costante che consente che non si effettuino ulteriori lavorazioni dopo la posa in opera, se non una stuccatura finale.

I lavori hanno poi consentito di adeguare l’altare alle esigenze della liturgia, conservandone la mensa consacrata ed esponendo, adeguatamente protetto, illuminato ed areato, l’ antependium (il paliotto) di Nicola da Guardiagrele finalmente esposto nella sua magnificenza dopo il difficile restauro voluto e finanziato dalla Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano (A.R.P.A.I.).

Le antiche cattedrali sono sempre state un opera collettiva; solo a volte si possono individuare i nomi degli artefici, edifici dove in realtà si incarna la volontà di una comunità che costruiva la casa madre.

Il restauro del Duomo di Teramo è stato un’opera collettiva, voluta con coraggio e fermezza, nelle varie fasi temporali, dai Vescovi Antonio Nuzzi, Vincenzo D’Addario e Michele Seccia e dal Vicario generale Gabriele Orsini. L’ingegner Carlo Taraschi, il progettista, ha coordinato un gruppo di lavoro costituito dal professor Francesco Benedettini per le metodologie di verifica e di calcolo, dal ingegner Umberto Falone per l’impianto elettrico e di illuminazione, dall’ingegner Luciano Lenzi per le centinature, per l’impianto di riscaldamento l’ingegner Giuseppe Grotta , e da chi scrive per la consulenza architettonica. Responsabile del procedimento il sacerdote Primo Sozii. Un contributo costante, nelle varie fasi dei lavori e di progetto, è venuto dalla Commissione tecnico-scientifica voluta, con felice intuizione, dal Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Abruzzo, l’architetto Roberto Di Paola e composta dai professori, Luisa Franchi dell’Orto, Ferdinando Bologna e Francesco Aceto.

I lavori si sono svolti sotto la sorveglianza delle tre Soprintendenze abruzzesi attraverso i funzionari di zona (dott.Glauco Angeletti, dott.ssa Elisa Amorosi, arch.Franco De Vitis, arch. Marcello Pezzuti).

Allo sforzo economico della Diocesi si sono affiancati la Regione Abruzzo e in un ruolo decisivo la Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo.

Impresa esecutrice è la Edilcostruzioni Group S.r.l. di Montorio al Vomano alla quale dobbiamo riconoscere di aver eseguito (e seguito) i lavori con rara passione ed alta professionalità tecnica sotto il controllo del capocantiere Pietro Di Feliciantonio.

Luca FALCONI DI FRANCESCO

(articolo pubblicato in ABC Abruzzo Beni Culturali, anno VI n.35 – III/2007)

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